Industria

Moda: export globale a 900 miliardi. Asia ‘pigliatutto’, Italia terza


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20 gen 2022

L’export di moda fa i conti con la pandemia. Nel 2020, le esportazioni globali di settore sono state pari a 900 miliardi di euro. Reggono il colpo abbigliamento e calzature (-4,7%), circa i due terzi del totale, mentre crolla la pelle (-23,6%), seguita dal tessile (-16,2%). Al centro della mappa del fashion mondiale si conferma l’Asia, seguita dal Vecchio Continente, mentre l’Italia è il terzo esportatore mondiale con una quota del 5,3%.

@cameramoda

A scattare la fotografia è il report di Sace “Il Fashion tornerà di moda?”. Con un avanzo commerciale di circa 275 miliardi, la Cina è il primo fornitore di prodotti moda al mondo (316 miliardi di euro pari al 35% del totale). Seconda con oltre 237 miliardi di export l’Europa, che è anche il primo importatore globale, seguita da Usa e Giappone. Vietnam, Bangladesh e India esportano in media per 39 miliardi ciascuno. Le vendite oltreconfine turche ammontano a circa 25 miliardi. Saldo commerciale del fashion negativo per gli Stati Uniti, con poco meno di 24 miliardi di export e 135,5 miliardi di import.
 
L’Italia, invece, riporta un saldo commerciale positivo per tutti i comparti del settore. Nel 2020 le importazioni italiane di moda sono calate del 7,7% a circa 30 miliardi. Il Paese del Dragone si è confermato il primo fornitore del Belpaese, con una quota del 25,7%. In calo anche le esportazioni del 18,5% a 46,7 miliardi, con l’industria della moda che diventa il terzo settore di export italiano con una quota dell’11% sul totale. L’abbigliamento (escluso quello in pelliccia) è la prima componente dell’export di settore, seguito da valigeria e pelletteria. Tutti i principali partner commerciali hanno registrato cali a due cifre, con Svizzera, Francia e Germania che si confermano i primi mercati di sbocco, seguiti da Usa, Uk e Cina. Nei primi dieci mesi del 2021 le vendite oltreconfine hanno mostrato segnali di ripresa (+16,4%), ma il divario con i livelli pre-crisi è ancora ampio (-6,6%). Le imprese, però, vedono rosa per il 2022, sulla scia della ripresa attesa in mercati di sbocco chiave e di una maggiore propensione al consumo in un contesto di incertezza relativamente più contenuta rispetto al biennio precedente.

Le criticità nella catena di approvvigionamento dovute alla crisi del covid hanno spinto il reshoring (la rilocazione manifatturiera). Ma il fenomeno, suggerisce il report, sembra limitato e marginale. Le imprese maggiormente internazionalizzate sembrano, infatti, aver reagito meglio alla pandemia. Da un sondaggio di Confindustria emerge come a fine 2021 il 73,5% delle imprese italiane di moda non abbia chiuso impianti nell’ultimo triennio e non intenda farlo nel corso del 2022, mentre solo il 2,8% consideri di farlo quest’anno e il 3,5% abbia trasferito la produzione principalmente in Italia. Sul fronte della fornitura, tre imprese su quattro non hanno ridotto il numero di fornitori esteri e non intendono farlo (solo il 7,5% considera di farlo l’anno successivo); il 5,8%, invece, li ha sostituiti con fornitori domestici.
 
La sostenibilità è diventata parte integrante di varie iniziative di rilancio post-Covid. Allo scopo di favorire l’economia circolare all’interno del sistema moda, a partire da quest’anno, l’Italia ha introdotto l’obbligo di raccolta differenziata dei prodotti tessili con un target di recupero del 100%. Anche le imprese stanno agendo sempre più per limitare il proprio impatto ambientale in fase sia di produzione sia di ricerca e sviluppo, ma anche tramite servizi offerti al consumatore (ad esempio quelli di sartoria per incentivare la riparazione dei prodotti).
 
La digitalizzazione porterà ampie innovazioni lungo le diverse fasi della filiera. A valle l’esperienza di shopping diventerà sempre più digitale, grazie alla maggiore diffusione dell’e-commerce su diverse piattaforme e all’utilizzo dell’intelligenza artificiale nei camerini di prova dei negozi fisici. A monte, invece, l’applicazione della realtà aumentata permetterà di ridurre gli sprechi lavorando su modelli 3D e producendo solo le parti necessarie. Le tecnologie dell’industria 4.0 consentiranno di ridurre i costi di produzione, il time-to-market e i rifiuti generati; le evoluzioni della blockchain, inoltre, potrebbero permettere una migliore tracciabilità di ogni fase di vita di un capo fashion rendendo più trasparente la catena di approvvigionamento.

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