Moda

Moda e beauty: la spinta alla trasformazione in società benefit da clienti e investitori



I punti chiave

  • A muovere realtà diverse la voglia di scrivere nero su bianco gli impegni presi
  • La maggior parte punta anche alla certificazione B Corp
  • Obiettivo: equilibrio tra profitti e impatto sociale

Che siano start up o aziende storiche poco importa. Le imprese della moda e del beauty sono tra le più interessate alla trasformazione in società benefit. Il motivo va rintracciato in una delle macrotendenze più forti degli ultimi decenni: la sostenibilità. Che per molte aziende rappresenta un pilastro identitario e, per tutte le altre, una direttrice di crescita.

Save the Duck, azienda di piumini animal free fondata nel 2012, 47,3 milioni di euro di fatturato 2021, è stata tra le prime ad effettuare il cambio di statuto: «Abbiamo iniziato a interessarci a questo percorso tra il 2017 e il 2018 – racconta Silvia Mazzanti, sustainability manager – perché avevamo la necessità di consolidare alcune buone pratiche già in essere. La trasformazione in società benefit, poi avvenuta nel 2019, ci ha auto obbligato a rendicontare, declinare a statuto le nostre finalità di beneficio e rendere ufficiale il nostro impegno in termini legali». La spinta, secondo Mazzanti, è arrivata dai consumatori: «Abbiamo voluto confermare il nostro impegno per poi poterlo comunicare a loro». Save the Duck ha poi intrapreso il complesso meccanismo di valutazione per diventare B Corp, ed è stata la prima azienda italiana di moda a ottenere la certificazione: «Le società benefit dovrebbero prendere in prestito dalle B corp la fase di verifica che invece manca».

Anche L’Erbolario, azienda lodigiana di beauty nata nel 1978, ha scelto di trasformarsi in una società benefit. Lo racconta il fondatore, Franco Bergamaschi: «Abbiamo sempre puntato a un modello di crescita sostenibile, ma lo scorso anno abbiamo deciso di “certificare” la cosa, diventando società benefit. Abbiamo ampliato l’oggetto sociale e riorganizzato diverse società del gruppo che sono confluite in Erbolario Holding». Per Bergamaschi l’esigenza di mettere nero su bianco i pilastri dell’attività e rendicontare annualmente le attività sostenibili deriva dal fatto che « i clienti sono sempre più esigenti. Oggi la trasparenza sugli ingredienti e le garanzie di sicurezza del prodotto non bastano, serve certificare l’impresa che sta dietro quel prodotto». Il tema della verifica, secondo l’imprenditore, esiste: «il collegio sindacale ha l’obbligo di verificare la veridicità del bilancio di impatto sociale  e  la società benefit è soggetta al controllo dell’Antitrust».

Se le altre società hanno avviato (e concluso) un processo di trasformazione, la start up Whispr, azienda di moda impegnata nella promozione della parità di genere, è società benefit fin dalla fondazione. Una scelta che Sofia Ciucchi, Ceo e co-fondatrice, spiega così: «Era già la forma più giusta da dare alla nostra impresa perché volevamo avere un’azienda con un impatto sociale pur stando sul mercato». Per Ciucchi l’incentivo all’assunzione dello status di società benefit non è quello economico (i 10mila euro di spese notarili deducibili) ma «l’impegno con se stessi, gli investitori e i clienti».

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