Moda

Pmi e digitale, così Italian Artisan ha connesso 700 aziende con 10mila brand esteri


Far incontrare artigiani che producono moda made in Italy (spesso come terzisti per i grandi brand) e marchi internazionali. Sfruttando la rete, ottimizzando i costi per ottenere benefici economici e valorizzando il saper fare tutto italiano. Con questo scopo, nel 2015, David Clementoni ha fondato Italian Artisan: nata come società di consulenza e oggi piattaforma B2B con una community di oltre 700 imprese italiane e 10mila clienti internazionali registrati. «Vengo da una famiglia di artigiani, conosco bene il valore del bel prodotto di alta qualità, e dopo una serie di esperienze all’estero ho deciso di creare una piattaforma per far incontrare produttori e brand. Fino al 2019 si è trattato più che altro di una forma di consulenza. Poi abbiamo messo tutto a sistema creando una piattaforma B2b».

Efficienza economica e tempi più brevi per produrre

L’accoglienza da parte delle imprese italiane, inizialmente, è stata complicata: «Proponevamo qualcosa di diverso da quello che avevano sempre fatto: affiancare alla produzione per grandi brand quella per marchi emergenti. Eliminando le intermediazioni, di fatto, i produttori possono guadagnare di più». Secondo la start up, infatti, se un brand internazionale per sviluppare la sua collezione in Italia arriva a spendere circa 30.000 euro, mettendo in contatto diretto produttore e committente i costi scendono a un terzo, con tempi chesi attestano intorno a sei mesi contro i canonici 9-12.Subito dopo, a sparigliare le carte, è arrivato il Covid-19: «La pandemia ha accelerato la nostra crescita, complice la spinta al digitale e l’impossibilità di lavorare all’estero con i metodi tradizionali», conferma Clementoni.

La spinta della pandemia

La spinta offerta dalla pandemia ha portato Italian Artisan ad avere una community che «vale circa l’1% delle realtà manifatturiere del settore fashion», dice il fondatore. Per la maggior parte si tratta di produttori di calzature (40%), abbigliamento (25%), borse e piccola pelletteria (35%) di livello premium, localizzati in 30 distretti produttivi principalmente nelle Marche, in Campania, Toscana, Lombardia e Veneto. Brand e aziende, invece, si trovano per lo più «nei Paesi anglosassoni e quindi Australia, Nord America e America Centrale, ma anche in Canada, Francia e Medio Oriente», dice Clementoni. Il “target”, nel tempo, è cambiato: «A piccoli brand ed emergenti abbiamo visto affiancarsi aziende medie che già producono altrove e adesso vogliono realizzare i propri prodotti in Italia». Un esempio di quel reshoring che le aziende stanno mettendo in atto per accorciare il più possibile la filiera.

Il supporto alle imprese della filiera in un momento come quello attuale rappresenta uno dei tasselli dell’attività di Italian Artisan: «Ci occupiamo del material sourcing e quindi aiutiamo le aziende nell’approvvigionamento con un pacchetto fornitori più ampio per diversificare il rischio. Inoltre li affianchiamo nel planning e nel project management per tagliare gli sprechi e ottimizzare meglio i processi».

Obiettivo 375 miloni di Gmv nel 2028 e un deal

Attualmente Italian Artisan dà lavoro a 23 persone, per l’85% donne, con un’età media intorno ai 26 anni. Ma punta a incrementare il capitale umano. Le prospettive di crescita sono stimolanti: «Abbiamo chiuso il 2021 con un Gmv- che ricordiamo riguarda i beni alla produzione, quindi vale almeno un terzo del loro valore al retail – e puntiamo a raggiungere un valore di 375 milioni di euro entro il 2028». Per farlo, ci sarà bisogno di una piccola spinta: «Stiamo lavorando per chiudere un accordo con un investitore», chiosa Clementoni.

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