Moda

Colore, creatività e cultura: 60 anni di moda africana in mostra a Londra


Sintesi di un intero continente, del suo passato e del suo presente: mission impossible ma riuscita per il Victoria&Albert Museum con la sua scelta di presentare la storia del settore tessile e abbigliamento e l’effervescente scena della moda e del design di oggi in Africa.
“Africa Fashion” parte dal rinascimento culturale africano alla fine degli anni Cinquanta che ha coinciso con la fine del colonialismo.

La storia può essere sintetizzata nell’immagine di Kwame Nkrumah, premier del Ghana, primo Paese indipendente dell’Africa subSahariana, che per il suo discorso inaugurale alla nazione nel 1957 aveva scelto di indossare il vestito tradizionale di coloratissimo tessuto kente invece del consueto abito scuro all’occidentale, inviando un chiaro messaggio al mondo. Da allora è scattata la riscoperta da parte dei designer dei tessuti tradizionali, ognuno con un particolare significato e una storia antica, come il bògòlanfini di cotone del Mali che risale a 800 anni fa o il kuba di rafia del Congo che ha tre secoli di vita. Come ha detto lo scultore El Anatsui, «i tessuti per gli africani sono come i monumenti per gli occidentali».

Il ritrovato interesse per la tradizione ha anche portato alla rinascita del settore tessile locale. Investimenti economici e risveglio culturale hanno fatto emergere i primi designer africani, pionieri della moda. Alcuni, come la marocchina Naima Bennis, sono rimasti nel loro Paese, mentre altri sono sbarcati in Europa. Kofi Ansah ha lasciato il Ghana per studiare a Chelsea School of Art, diventando famoso perché la principessa Anna aveva indossato un suo top di perline. Shade Thomas Fahm, la prima stilista nigeriana, dopo gli studi a Central St Martins a Londra ha modernizzato il look delle donne del suo Paese creando miniabiti in tessuti tradizionali. Chris Seydou ha lasciato il Mali nei primi anni Settanta per lavorare a Parigi, costruendosi una clientela internazionale. Gli abiti di Alphadi, noto come “il mago del deserto”, sono un omaggio alla cultura tuareg sia nella scelta dei tessuti e colori sia nell’utilizzo del metallo, che trasformano la donna in una elegante guerriera.

Salendo le scale si passa dal Ventesimo al Ventunesimo secolo: il piano superiore è dedicato agli stilisti contemporanei, con una rassegna di giovani talenti dal Kenya e dal Sudan, dal Sudafrica e dal Senegal, dal Ghana e dal Rwanda: in tutto 45 designer da oltre 20 Paesi sono rappresentati. Immensa la varietà di stili e la gamma di materiali usati: dall’estetica minimalista e rigore quasi architettonico delle creazioni di Mmusomaxwell, Katush e Moshions alle coloratissime flamboyant creazioni di Selly Raby Kane, ispirate alla vitalità di Dakar. Dalla “Afrotopia” del sudafricano Thebe Magugu, vincitore del premio Lvmh nel 2019 e amato da Rihanna, a Ami Doshi Shah, gioielliere del Kenya che usa solo pietre dure e altri materiali locali per le sue creazioni.

«Il mio obiettivo è avvolgere i visitatori nel mondo africano e far comprendere la sua grande varietà e creatività, non solo nel campo della moda ma anche dell’arte, del design e della musica», spiega la curatrice Christine Checinska. Il V&A ha acquistato oltre 70 capi della mostra per la sua collezione permanente. «Africa Fashion è un riconoscimento tardivo, ma questa è più di una mostra, è un passo avanti verso un V&A più inclusivo», afferma Checinska. Anche quando la mostra finirà, resterà l’impegno a riconoscere e celebrare la creatività africana.

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