Industria

l’ONU pubblica un rapporto allarmante sulla difficile situazione degli uiguri


Versione italiana di

Gianluca Bolelli

Pubblicato il



1 set 2022

L’ONU accenna a possibili “crimini contro l’umanità” e riferisce di “prove credibili” di torture e violenze sessuali contro la minoranza uigura, invitando la comunità internazionale ad agire, nel suo tanto atteso rapporto sulla regione cinese dello Xinjiang pubblicato mercoledì.

Laddove le ONG parlano di “campi di rieducazione”, Pechino li definisce “centri di formazione professionale” – Shutterstock

“L’ampiezza della detenzione arbitraria e discriminatoria di membri degli uiguri e di altri gruppi a maggioranza musulmana… può costituire un crimine internazionale, in particolare contro l’umanità”, afferma il rapporto di poco meno di cinquanta pagine nelle sue conclusioni.

Michelle Bachelet, per la quale è stato l’ultimo giorno alla guida dell’Alto Commissariato dopo un mandato di quattro anni, mantiene così in extremis la sua promessa, pubblicando il documento poco prima della mezzanotte a Ginevra.

Sebbene non sembri contenere alcuna rivelazione rispetto a quanto già noto sulla situazione nello Xinjiang, questo documento aggiunge la firma dell’ONU alle accuse mosse da tempo alle autorità cinesi.

Questa pubblicazione era particolarmente attesa dall’industria tessile, in quanto nello Xinjiang si concentra circa il 20% della produzione mondiale di cotone, secondo il rapporto pubblicato alla fine del 2020 dal Center for Global Policy. All’inizio dello stesso anno, la questione aveva iniziato ad essere affrontata sui media internazionali con il rapporto dell’Australian Institute of Political Strategy (ASPI), che lasciava intendere che la difficile situazione degli uiguri avesse una portata che trascendeva il solo Xinjiang. Il documento puntava il dito sullo sfollamento forzato dei musulmani in altre province cinesi per gestire fabbriche, anche tessili, trasformate per l’occasione in centri chiusi e militarizzati.

Torture e violenze sessuali

Nel suo documento, l’ONU ha invitato la comunità internazionale ad agire con urgenza di fronte alle accuse di tortura e violenza sessuale nello Xinjiang, che l’organizzazione considera “credibili”.

“Le accuse di ricorrenti pratiche di tortura o maltrattamento, comprese le cure mediche forzate e le pessime condizioni di detenzione, sono credibili, così come le accuse individuali di violenza sessuale e di genere”, scrive nel rapporto l’Ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani.

Questo rapporto “mette a nudo le massicce violazioni dei diritti fondamentali da parte della Cina”, ha affermato Sophie Richardson, direttrice della ONG Human Rights Watch per la Cina. Il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite “dovrebbe utilizzare questo rapporto per avviare un’indagine completa sui crimini contro l’umanità del governo cinese”, ha affermato.

Amnesty International esige anche che il consiglio “appronti un meccanismo internazionale indipendente per indagare” su questi crimini nello Xinjiang.
 
“Questo rapporto apre la strada ad azioni serie e tangibili da parte di stati membri, agenzie dell’ONU e aziende”, ha detto Dolkun Isa, presidente del congresso mondiale uiguro, aggiungendo: “È giunto il momento di fare i conti”.

La Cina è furiosa

Il documento si basa “sulla disinformazione e sulle menzogne ​​fabbricate dalle forze anti-cinesi” e “diffama e calunnia gratuitamente la Cina interferendo nei suoi affari interni”, scrive l’ambasciata cinese all’ONU a Ginevra nel commento allegato al rapporto.

Difficile individuare tutte le produzioni legate agli uiguri, a causa dello spostamento forzato della popolazione per rimpinguare le fabbriche di altre province. Con “partenze dei lavoratori” talvolta pubblicizzate dalla stampa di stato – CGP

Fino all’ultimo minuto Pechino ha cercato di scoraggiare la pubblicazione di questo report, che vede come una farsa. Al contrario, gli Stati Uniti e diverse ONG chiedono da mesi che il documento venga reso pubblico. Alcune associazioni deplorano tuttavia che tale approccio, sullo sfondo dell’attuale braccio di ferro per Taiwan tra le due superpotenze, possa apparire come un nuovo pretesto per inasprire il confronto tra Washington e Pechino.

Da parte sua, Michelle Bachelet, accusata di essere troppo indulgente nei confronti di Pechino, e la cui visita in Cina era stata definita dai media locali come “fumo negli occhi”, fa appello alla diplomazia. “Dialogare e cercare di capire meglio non significa che siamo tolleranti, che distogliamo lo sguardo o che chiudiamo gli occhi. E ancor meno che non si possa parlare con franchezza”.

Accuse di genocidio

Una rapida ricerca nel testo dell’ONU non evidenzia la parola genocidio. Un’accusa, invece, mossa contro Pechino dal governo americano, che in primavera ha lanciato il sequestro di tutti i materiali e le produzioni legate allo Xinjiang, spedite o transitanti attraverso gli Stati Uniti.

L’accusa di genocidio è stata mossa anche dall’assemblea nazionale francese o dalle rappresentanze del Regno Unito, dei Paesi Bassi e del Canada.

Lavoratori uiguri della regione di Moyu (Xinjiang), fatti mettere in posa prima della partenza per vari siti produttivi – CGP

Lo Xinjiang e altre province della Cina sono state colpite per diversi decenni, e in particolare dal 2009 al 2014, da attacchi attribuiti a islamisti o separatisti uiguri. Trauma che si ricorda ancor’oggi, con la volontà di “integrare la minoranza uigura attraverso il lavoro”, è la giustificazione ufficiale cinese della situazione attuale.

Da diversi anni la regione è oggetto di un’intensa sorveglianza: telecamere onnipresenti, cancelli di sicurezza negli edifici, forze armate ben visibili nelle strade, restrizioni al rilascio dei passaporti…
 
Studi occidentali, basati su interpretazioni di documenti ufficiali, testimonianze di presunte vittime ed estrapolazioni statistiche, accusano Pechino di aver internato nei “campi” almeno un milione di persone, per lo più uiguri, di effettuare sterilizzazioni e aborti “forzati”, e di imporre il “lavoro forzato”.

L’ONU non conferma questi dati, ma riscontra “che una percentuale significativa” di uiguri e minoranze musulmane è stata internata.

La Cina nega queste accuse e afferma che i “campi” sono in realtà “centri di formazione professionale” volti a tenere i residenti lontani dall’estremismo religioso, aggiungendo che sarebbero ormai chiusi.

Con AFP

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