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Lusso, l’85% degli utili dell’industria generato dalle prime 10 aziende


Durante l’anno fiscale 2021, le 100 più grandi aziende di beni di lusso al mondo hanno generato vendite per 305 miliardi di dollari, 53 miliardi in più rispetto all’anno passato e superando di 24 miliardi (+8,5%) perfino i risultati ottenuti nel 2019, l’ultimo anno pre-Covid (+8,5%). A tassi di cambio costanti, i primi 100 player hanno complessivamente visto una crescita del 21,5% con un profit margin del 12,2% (+7,1 punti percentuali rispetto allo scorso anno). È quanto emerge dalla nona edizione del Global Powers of Luxury Goods, lo studio annuale di Deloitte, che esamina e classifica i 100 Top player del settore Fashion & Luxury a livello globale, sulla base delle vendite consolidate nell’anno fiscale 2021. Per entrare in classifica un’azienda deve fatturare almeno 240 milioni di dollari, a fronte di un fatturato medio delle aziende presenti pari a 3 miliardi.

L’85% degli utili generato dalle prime 10 aziende

Uno scostamento che evidenzia, confermandola, una delle caratteristiche dell’industria del lusso: la sua concentrazione. Quasi l’85% del net profit della classifica delle Top 100 di Deloitte proviene dalle aziende della Top 10, che si confermano leader anche in termini contributo alle vendite totali delle aziende (56,2%, + 4,8 punti percentuali rispetto al 2020). Il podio della Top 10 dei big del lusso è oramai consolidato, invariato per il quinto anno consecutivo: al primo posto Lvmh è stabile, e distacca nettamente i seguenti, con un fatturato che se ne 2020 era pari a 54,9 miliardi di dollari, nel 2021 è salito di quasi il 56%, con profitti al 19,8%.

Al secondo posto Kering, con +34,7% di fatturato e marginalità al +18,5%. In terza posizione Estée Lauder, il gruppo statunitense che ha rilevato di recente Tom Ford, con +13,4% di fatturato e +17,7% di marginalità. Quarto Chanel che sale di due posizioni, con fatturato a +54,7%, poi L’Oréal e Richemont (il gruppo svizzero è in calo di due posizioni), Hermès, il retailer di gioielli cinese Chow Thai Fook, Rolex, e infine, con una scalata di ben sette posizioni, entra e chiude la top 10 il China National Gold Group Gold Jewellery, con 7,8 miliardi di dollari di fatturato 2020, in aumento del 50,3% nel 2021.

Il boom dell’oro “made in China”

Questa new entry merita un approfondimento: China National Gold Group Gold Jewellery Co. fa parte di China National Gold Group, industria dell’oro controllata dal governo di Pechino, quotata alla Borsa di Shanghai nel febbraio 2021. Lo scorso anno, le sue vendite sono aumentate di oltre il 50% grazie a una rapida crescita della domanda nei suoi oltre 3.700 negozi in tutta la Cina, ma anche nel suo canale e-commerce, dalla buona reputazione del marchio “China Gold” e dal marchio accessibile “Jin·Rujin”. In generale, in Cina le vendite nazionali di gioielli sono salite del 29,8% nel 2021, a causa delle restrizioni ai viaggi oltre confine imposte dalla pandemia.

Confermata la sostanziale concentrazione dei grandi numeri nelle primissime posizioni: se i Top 10 crescono del 34,5% per 171 miliardi di dollari, le Top 100 limitano la crescita al 21,5% con 30,4 miliardi, e una marginalità che si ferma al 12,2% rispetto al 18,1% delle Top 10. Ed è così che la Francia, pur avendo solo otto nomi in lista, riesce a generare oltre un terzo delle vendite in classifica, in aumento peraltro del 6,2% rispetto all’anno precedente.

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