Moda

Moda uomo, la ripresa anticipata che rende orgogliosi


Anticipiamo l’articolo che apre lo Speciale Moda Uomo, domani in edicola con Il Sole 24 Ore: 30 pagine di notizie dalle aziende del menswear, analisi, approfondimenti sul retail e le nuove collezioni, vetrine con le novità da indossare e le proposte beauty.

Non era scontato, eppure a quasi tre anni dall’inizio della pandemia l’industria italiana della moda sembra aver ritrovato il sentiero della crescita e dei fatturati-record, trainata dal segmento lusso. I problemi aperti restano tanti, dall’impennata dei costi energetici (che comprime i margini) alle difficoltà nell’approvvigionamento di materie prime e semilavorati, fino alla scarsità di forza lavoro specializzata. Ma la capacità di recupero e di penetrazione sui mercati (soprattutto esteri) dimostrata dalle imprese italiane è motivo di orgoglio e segnale di forza. A guardare i numeri – e in particolare i 100 milioni di ricavi, al 70% esteri, stimati nel 2022 per il settore tessile-moda-accessorio (Tma), in crescita del 9% sul 2019 – si potrebbe pensare che gli effetti della pandemia siano stati annullati, ma occorre tener conto dell’inflazione e dell’aumento dei listini.

La ripresa è particolarmente spinta nell’abbigliamento maschile, dove le previsioni di Confindustria Moda indicano ricavi 2022 a +11% sul 2019 (e +20% sul 2021), sopra gli 11 miliardi. In realtà l’emergenza sanitaria – che ancora sconvolge il più grande produttore di materie prime del settore, la Cina – ha lasciato un segno profondo nelle catene di fornitura, nell’organizzazione produttiva, nella progettazione e presentazione delle collezioni e, non ultimo, nelle fiere e negli eventi della moda. Rispetto al pre Covid, è cambiato il focus: la principale preoccupazione dei marchi non è più vendere, ma produrre.

Come va ripetendo da mesi Claudio Marenzi, presidente di Pitti Immagine che organizza Pitti Uomo, il più importante salone al mondo per la moda maschile al via oggi a Firenze con quasi 800 marchi, nel post-pandemia la sfida delle aziende è organizzarsi per programmare le produzioni e per riuscire a realizzarle, investire in tecnologie e in risorse umane. Nascono da queste nuove esigenze, i tentativi di avvicinare le catene di fornitura (il reshoring), di stringere accordi o entrare in società con i fornitori a monte (strada percorsa soprattutto dai grandi marchi), di anticipare la realizzazione dei capi per non rischiare di rimanere a bocca asciutta e di consegnare in ritardo.

Ma nascono da qui anche le operazioni dei fondi d’investimento che hanno compreso l’importanza della fase produttiva e stanno comprando o aggregando fornitori specializzati che detengono il saper fare, piccole aziende produttive fino a pochi anni fa ignorate dal mondo finanziario e dai grandi player internazionali. La pandemia ha cambiato le carte in tavola. E ha generato un effetto a catena che ha già portato alcune aziende a presentare le collezioni (e ad aprire la campagna vendite) con settimane di anticipo rispetto al passato (in novembre e maggio anziché in gennaio e giugno). Se si aggiunge il fatto che il Covid ha sdoganato gli showroom digitali, ha moltiplicato i rapporti online, ha spinto la realtà virtuale e il metaverso, è facile capire come la moda, spesso indicata come settore tradizionale, sia in piena evoluzione e in fibrillazione. Al punto che il tema dell’anticipo delle campagne vendite è destinato a influenzare, a cascata, le date delle fiere di moda e delle fashion week.

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